Da "Il giornale di Vicenza" del 3 aprile 2010
"Mato per le done", El Garanghelo vince il premio Dal Maso a Cavazzale

CAVAZZALE
È stata vinta dalla compagnia veneziana El Garanghelo, con lo
spettacolo "Mato per le done" di Enzo Duse, la terza edizione del Premio
Danilo Dal Maso, dedicato alla memoria dell'attore e autore vicentino. Anche
quest'anno il premio è stato inserito nella rassegna di prosa "FebbraioaTeatro",
svoltasi con successo nell'aula magna delle Scuole Medie di Cavazzale e
organizzata dalla compagnia teatrale Astichello e dall'Amministrazione
Comunale di Monticello Conte Otto.
La formazione veneziana, guidata da Paolo Giacomini, ha avuto la meglio su un
gruppo di contendenti tutti di buon livello: La Goldoniana di San Stino di
Livenza con "I Rusteghi" di Carlo Goldoni, per la regia di Gianni Visentin; la
Compagnia Teatro Roncade, diretta da Alberto Moscatelli ne "Il nobile Amoèri"
di Bruno Lorenzon e la Compagnia Treviso Teatro, ne "El moroso dela nona" di
Giacinto Gallina, di scena per la regia di Vaina Cervi.
La serata delle premiazioni - offerta dai Gruppi Fidas Donatori di Sangue
"Zona 5" - è stata accompagnata dall'applauditissimo spettacolo "Tossego e
Vinsanto" di Luigi Lunari e Antonio Stefani (da "Arsenico e vecchi merletti"
di Joseph Kesselring), produzione della compagnia Astichello, formazione nella
quale Dal Maso ha militato a lungo come autore e attore. Al Garanghelo dunque
l'ambito trofeo, consistente in una scultura firmata da Alessandro Maggioni e
raffigurante il "sagraro", macchietta creata e interpretata dallo stesso Dal
Maso.
Soddisfazione per l'ottima riuscita di questa nuova edizione della rassegna è
stata espressa tra gli altri dal sindaco di Monticello Alessandro Zoppelletto
e dall'assessore alla cultura Maria Luigia Michelazzo.
Da "Il Gazzettino" del 12 gennaio 2003:
Anniversario. Celebrati, al Goldoni, i
150 anni dalla nascita del commediografo Giacinto Gallina
Il trionfo della
tradizione dialettale
Teatro esaurito e applausi per la messa in
scena della commedia "La famegia del santolo"
Venezia
Venezia ha celebrato ieri i 150 anni dalla nascita del commediografo Giacinto
Gallina con l'allestimento de "La famegia del santolo", una commedia in tre atti
scritta nel 1892. Teatro Goldoni esaurito, tornato per una sera voce del
fermento teatrale ancora esistente in città, in un rapporto transitivo fra il
teatro amatoriale, il potenziale pubblico veneziano e la tradizione dialettale:
chi vorrebbe tributarle il "de profundis", è rimasto ancora una volta scornato
dalla risposta della gente. Peccato si debba sempre ricorrere alle nascite o
alle morti per giocarsi l'evento, dal momento che compagnie e repertori ormai
sono cosa rara.
"Da un secolo, moltissimi gruppi teatrali amatoriali si cimentano con Gallina", ha rammentato l'assessore Marino Cortese, durante la presentazione della serata; ed il banco di prova e di festa è stato affidato proprio ad una compagnia amatoriale: El Garanghelo (dieci anni dalla costituzione), diretta da Paolo Giacomini, uomo non "di" teatro ma "del" teatro, la cui dedizione ed esperienza nel teatro amatoriale veneziano si conta in decenni di presenza artistica sia nel campo della recitazione, che della ricerca, che delle iniziative a favore della promozione e della dignità del teatro amatoriale.
L'opera di Giacinto Gallina è stata brillantemente esposta da Paolo Puppa, docente di storia del teatro, che, nella prolusione allo spettacolo, si è esibito in una lezione a tutto tondo, spiegando l'opera del Gallina, accostandolo ad Ibsen, recitando i passi più significativi di questo capolavoro verista e sociale. Poi, l'apertura del sipario e l'inizio del dramma: sull'apparente serenità della famiglia di Micel grava la presenza del santolo Giacomo, giocoso vecchietto munificente, arbitro dei destini economici di tutti i parenti. Micel è dapprima avulso dai conflitti relazionali della sua famiglia, tutto preso dalla realizzazione di lenti da vista (un parallelo iniziale alla Famiglia dell'Antiquario di Goldoni), ma poi sarà costretto a prenderne coscienza, brutalmente informato di quel che tutti credevano lui sapesse e avesse perdonato: la relazione di trent'anni prima della moglie Amalia proprio con il santolo. Improvvisamente il suo mondo viene travolto dal peccato originale, dal quale risorge, seppur amaramente.
Una messa in scena curata, pulita ed aderente al testo (impronta stilistica propria di Giacomini), ma molte imprecisioni, dettate probabilmente dal poco tempo a disposizione per adattarsi al prestigioso spazio scenico e dall'emozione nel calcarlo con questa, oltretutto, "prima". Il peggio: luci che mettevano in ombra i lati dove più si recitava, musiche (la Moldava e Schindler List) che ci azzeccavano come i cavoli a merenda e le sciocchine clac private dei singoli attori sparse per gli ordini di posti. Il meglio: l'interpretazione caratterista di Salvatore Chiosi (a cui Giacomini ha cucito perfettamente il gustoso personaggio del santolo), la naturalezza recitativa dello stesso Giacomini e l'intensità di sua "moglie" Luciana Sartori. In più, il grande impegno e la passione di Mirca Rossetto, Mirna Bolchi, Fabrizio Fiori, Enrico Molina, Donatella Tomasini, Alberta Baldan, Marina Marinetti, che, assieme al pubblico, hanno decretato - con molti applausi - la riuscita della manifestazione.
Tullio Cardona
Da "Il Giornale di Vicenza" del 4 novembre 2002:
Amatoriali. Si è aperta la rassegna autunnale della Fita al S. Marco
Malinconie
veneziane
Gallina in chiaroscuro con El Garanghelo
Vicenza. Considerato una sorta di Goldoni minore, Giacinto Gallina tentò
una via autonoma nel teatro in dialetto veneziano introducendo "nell’impianto
comico delle commedie" alcuni temi più seri, presi tanto dalla società in cui
viveva quanto dalla sua stessa vicenda personale. C’è il contrasto fra i ricchi,
o gli arricchiti, e chi è costretto a sottostare ai loro capricci. C’è
l’ipocrisia (ed è il titolo del primo dramma scritto da Gallina nel 1870) di
quanti predicano la moralità dei costumi, salvo poi ammettere vistose eccezioni
per se stessi.
Non sono però elementi predominanti, almeno nelle opere migliori di Gallina ("La
barufe in famegia", "El moroso de la nona", "Zente refada"), sicché il regista,
nell’allestirle, ha la possibilità di lasciarle sullo sfondo per esaltare invece
gli aspetti comici del testo (mai banale) e dei personaggi, alcuni dei quali si
prestano a grandi caratterizzazioni.
Oppure, il regista può fare dei temi seri la colonna portante della
rappresentazione: è ciò che ha scelto Paolo Giacomini, portando in scena "La
famegia del santolo", forse il capolavoro di Gallina. Con i tre atti della
commedia scritta nel 1892, il gruppo teatrale "El Garanghelo" di Venezia ha
aperto l’altra sera al teatro San Marco l’annuale rassegna-concorso della
Maschera d’oro, con ottima presenza di pubblico.
Il protagonista è il povero ma onesto Micel (ruolo che Giacomini riserva a sé),
che con il suo negozietto di ottico si ingegna per far vedere meglio gli altri,
mentre il più miope di tutti è proprio lui. A sua insaputa, il "santolo" Giacomo
(ricco e celibe) che è spesso a casa sua e per il quale Micel ha una vera
venerazione ha aiutato economicamente la sua famiglia, e non in maniera
disinteressata. Anni prima, mentre Micel combatteva da volontario nella guerra
del 1866, Giacomo ebbe infatti una relazione con Amalia, la moglie dell’ottico.
Nonostante la sua ottusità, in quanto privo di qualunque malizia, Micel arriva a
capire quanto è successo. Il mondo gli crolla addosso, finché si arriva a una
soluzione che riaggiusta le cose.
Giacomini sceglie il registro serio, come si è detto. Evita le caricature dei
personaggi, anche di quelli (domestiche e governanti) che solitamente meglio si
prestano a questo. Passa in fretta su battute e situazioni comiche, mentre
dilata i tempi dei momenti più cupi, quelli delle rivelazioni. Il percorso di
Micel verso la consapevolezza è scandito da momenti precisi, esplicitati
dall’abbassarsi delle luci e da una colonna sonora grave. Il dramma del
protagonista diventa il centro di tutto. Si sbiadiscono gli altri caratteri: la
veemenza di Amalia (una vera matrona), la sventatezza della figlia Giacomina,
l’avidità di suo marito Giulio, l’ipocrisia di Giacomo, la caparbietà della sua
governante Perina che lo vuole sposare.
Viene in mente il dimesso Ciampa, del "Berretto a sonagli" di Pirandello, che
piano piano diventa dominatore della scena. Ma Gallina non è Pirandello, e Micel
non è Ciampa. Così quell’insistere sulla sua disperazione sbilancia la commedia,
perché alla fine non si capisce come, in quattro e quattr’otto, Micel possa
perdonare moglie e "santolo".
Pure lo spettacolo scorre senza intoppi, grazie alla bravura di Luciana Sartori
(Amalia), Mirca Rossetto (Giacomina), Mirna Bolchi (Lisa), Fabrizio Fiori
(Giulio), Salvatore Chiosi (Giacomo), Enrico Molina (Atilio), Donatella Tomasini
(Perina), Alberta Baldan (Gegia), Marina Marinetti (Nina) e dello stesso
Giacomini, a cui va riconosciuto il merito di aver tentato una coraggiosa
rilettura di Gallina.
Gianmaria Pitton
Da "Il Gazzettino" del 27 gennaio 2002:
"Le Massère" di Goldoni in scena ad
Este
Donne inquiete a
caccia di un pizzico di libertà
Forse è tempo che il teatrino nato lustri addietro sotto la spinta di
Gino Vignato, e ormai divenuto troppo piccolo per soddisfare l'amore degli
appassionati che seguono le stagioni di prosa organizzate da Stefano Baccini con
sorprendente bravura, subisca qualche ritocco utile ad aumentare la capienza.
Non soltanto della sala, ma prima ancora del palcoscenico, quasi sempre troppo
piccolo per non obbligare gli attori delle formazioni invitate in Calle della
Musica a fare miracoli con la scena.
Una riprova di quanto affermato si è avuta nel "Teatro dei Filodrammatici" con
la calata della formazione lagunare "El garanghelo" (termine illustrato da
Goldoni nel terzo atto della sua commedia intitolata "Il Campiello"), che ha
presentato un testo alquanto impegnativo del grande classico veneziano. Vale a
dire la prima commedia del Goldoni in versi dialettali, intitolata "Le Massère",
ovverosia "le servanti ordinarie dette comunemente massère", che ai giorni
dell'opera omnia Giuseppe Ortolani ha definito "È un attimo della vita di un
popolo fino allora ignorato, nell'ombra, negletto da tutti, che palpita
nell'arte. È anche una prima rivendicazione sociale".
Per chi non lo sapesse il curioso lavoro, che unisce la satira alla denuncia,
sul filo di una vivacità inventiva che forse registra cadute di tono verso la
fine, è stata tenuta a battesimo nella capitale lagunare in una delle ultime
giornate del rigido inverno del 1775, che aveva fatto ghiacciare al dire della
cronaca laguna e canali, senza però incidere sui famosi "chiassetti de carneval".
Che avevano per protagoniste giusto "Le massère", riuscite a strappare il
permesso di godere un giorno intero di libertà per potersi divertire. Infatti al
dire del Goldoni "le donne di quella condizione avrebbero rinunciato a
migliorare il proprio stato pur di non perdere il diritto a quella giornata".
Riservata alla dolce follia che prende e vecchi e giovani nel periodo di
carnevale, da "foresti" e veneziani sempre trascorso in maschera, sospinta dai
refoli dell'avventura amorosa. Più o meno come accade nella commedia, che vede
giovani e vecchi in preda al "morbin", necessario per battute che cadenzano i
versi del lavoro inscenato non senza bravura e coraggio dal gruppo teatrale
veneziano che si propone da oltre un lustro "la ricerca e la riproposta di testi
dialettali appartenenti al repertorio tradizionale veneto non rappresentati da
tempo", è il cosiddetto "borezzo" che sprizza da tutti i pori dei vari
personaggi a fare colpo. A cominciare da due "rusteghi" sior Biasio e sior
Zulian che per la circostanza, come bene è detto nel programmino, si nascondono
gli anni vivendo nell'illusione di un'eterna gioventù: "Gh'ho dei ani, xe vero,
ma tanto ben li porto, che non li sento gnanca. Xe vecio chi xe morto".
Passando dal testo allo spettacolo diretto con grande abilità da Paolo Giacomini,
va sottolineato che nonostante la debolezza dell'azione, ha regalato al pubblico
una serata di divertimento.
Merito degli interpreti che vanno elogiati in blocco, dalla Marinetti a Fiori
alla Baldan alla Sartori alla Tomasini a Chiosi alla Rossetto alla Coccon a
Molina a Giacomini. Non per niente sono stati applauditi a suon di chiamate.
G.A. Cibotto
Da "Il giornale di Vicenza" del 20 novembre 2001:
Goldoni, Venezia che vive
Venezia. Un divertimento carnascialesco, un girotondo scintillante
e allegro dentro cui si apre il piccolo mondo del campiello, delle calli
affollate e ciarliere, della burla maliziosa e leggera, che trova in un popolo
fantasioso e minuto un protagonista vivace e sapido, gioioso e gaudente.
"Le massère" di Carlo Goldoni hanno riscaldato l'altra sera il pubblico del San
Marco, che ormai da oltre un mese segue affezionato e numeroso la stagione di
prosa organizzata dalla Fita vicentina in collaborazione con il Comune e la
Regione Veneto.
L'allestimento, curato da "El garanghelo" di Venezia, mette insieme un'azione
lucida e avvolgente, che pur non puntando sullo scavo psicologico dei
personaggi, realizza un quadro d'insieme limpido e frizzante, agile e
incalzante. [...]
"Le massère", "Le donne di casa soa" e "Il Campiello" riproducono nel colore
dialettale, nel movimento minuto e concreto di una quotidianità fresca e
spontanea, un'originalissima coralità scenica, capace di restituire per intero
la vivacità e il realismo di un ambiente semplice e brioso. Il carnevale impazza
per le strade di Venezia e le massère, le servette, vogliono la loro parte di
divertimento. Divertimento per le "zovanete", ma divertimento anche e
soprattutto per "le vece", che tali non si sentono affatto. Ne sa qualcosa Donna
Rosega, serva della signora Costanza, per niente rassegnata a un declino che per
lei ha solo il sapore di una maturità trionfante e battagliera.
Fervono i preparativi, le combine, gli intrecci, gli inviti. Un affresco
gradevolissimo, con tante piccole storie che s'incrociano e si dividono.
L'intreccio, per stessa ammissione dell'autore, è debole, ma l'azione scenica è
forte, dirompente, agilissima. Un montaggio sapiente di tanti deliziosi
acquerelli, né superficiali né bozzettistici, tenuti insieme da una musicalità
lieve, sottotraccia, che ne esalta il realismo e la seducente lucentezza.
Dall'incipit sorridente, con il garzone che fischiettando mattiniero sveglia
tutta la calle, al dialogo del secchio d'acqua che vede coinvolte tutte le donne
del campiello, al personaggio di Anzoleto, che va in cerca delle servette con
cui divertirsi alla "mascherata", fino all'esilarante bonomia dei due simpatici
vecchietti, sior Biasio e sior Zulian, in cerca dell'ultimo spazio di giovinezza
(in realtà raggirati e mazziati dalle rispettive massère) la commedia goldoniana
persegue le vie di un concertato sottile e avvolgente, dove ogni tassello
finisce col trovare piano piano la sua giusta sistemazione.
La compagnia "El garanghelo", potendo contare su un gruppo solido e affiatato,
mette insieme uno spettacolo di notevole vigore rappresentativo, dove l'abilità
del singolo s'innesta in un'azione corale efficace e spettacolarmente incisiva.
La direzione artistica di Paolo Giacomini (anche nei panni dell'esilarante
signor Zulian) punta su un'azione rapida e pulita, che nel coro della massère ha
il suo momento più frizzante e suggestivo. Fra queste, da rilevare la bella
prova di Donatella Tomasini, che nel ruolo dell'irresistibile Donna Rosega dà la
stura a una lunga serie di artifizi interpretativi che le sono valsi più di un
applauso a scena aperta.
Ottima comunque la prova dell'intero gruppo veneziano, lungamente salutato nel
finale dalla calorosa platea del San Marco.
Maurizia Veladiano
Da "La Nuova" del 16 maggio 2001:
El
Garanghelo a Mantova
Grande interpretazione, l'altra sera, al teatro Anselmi di Mantova della
compagnia "El garanghelo" di Venezia che ha presentato "El refolo" di Amalia
Rosselli, nata Pincherle Moravia, madre dei fratelli Carlo e Nello Rosselli,
apprezzata autrice di commedie dialettali fra '800 e '900. Si tratta della terza
edizione di "TeatroDonna", rassegna di nove spettacoli che mira alla
valorizzazione della drammaturgia femminile. La vicenda è tutta imperniata sul
contrasto tra una coppia di anziani, che non ha potuto sposarsi per
l'opposizione dei genitori, e le intemperanze della giovane Marinella che vuole
assolutamente coronare il suo sogno d'amore.
Ne sono stati interpreti Paolo Giacomini, Donatella Tomasini, Francesca Coccon e
Luciana Sartori.
Da "Nuova Scintilla" del 4 aprile 1999:
Al "Don Bosco" di Chioggia
Genuinità e verve
in"Arzentovivo"
Si è chiusa davvero in bellezza la 1a Rassegna del teatro
dialettale veneto al Don Bosco di Chioggia con la rappresentazione della briosa
commedia di Silvio Zambaldi "Arzentovivo" da parte del gruppo teatrale "El
garanghelo" di Venezia. Commedia piuttosto datata (risale al 1919) essa tuttavia
non ha perduto nulla della sua genuinità e della sua verve. Accolta
positivamente a suo tempo da nomi illustri quali Marco Praga e Renato Simoni,
l'opera è stata recitata con sorprendente disinvoltura dalla compagnia
veneziana, in cui ha brillato Paolo Giacomini nelle vesti di Titta Gramola, un
pensionato vivace e pieno di brio, sprizzante gioia di vivere da tutti i pori,
costretto a farsi "cicisbeo" di ogni gonnella. Soliti colpi di scena, solite
trovate comiche, ilarità ed equivoci a bizzeffe fino al solito lieto fine in
allegria, coronato da una serie di baci e abbracci alla "volèmose bene", che
hanno assicurato un piacevole divertimento al pubblico. Buona la regia dello
stesso Giacomini e buona pure la scenografia della Coop. Realtà di Marghera.
A.P.
Teatro Aurora. Piccante e
divertente "Arzentovivo" di Zambaldi
Un casanova
faccia-da-schiaffi che effonde profumi in sala
Non sono poi così lontani dalla realtà personaggi come il Titta Gramola
della commedia di Silvio Zambaldi "Arzentovivo", messa in scena nell'affollato
teatro Aurora. Quei "tipi" ti capita infatti di trovarli pari pari nella realtà
d'oggi, in trasmissioni come "Stranamore" o nei talk-show alla Dalla Chiesa-De
Filippi con le coppie d'ogni età sul bancone dello "scontro-confronto". Ma ci
aveva già pensato il "vaudeville veneziano" di Silvio Zambaldi a consacrare sul
palcoscenico del primo '900 "lenze e caratteri" destinati ad essere evergreen
anche nel Duemila.
È dunque una faccia da schiaffi il protagonista della commedia diretta in salsa
piccante da Paolo Giacomini nei panni di regista e principale attore.
Irriverente, impertinente, impenitente, patetico, uno di quelli che non vogliono
crescere mai nonostante gli "over-anta" e la condizione scomoda di pensionato,
il Casanova vedovo con figli non si è mai risparmiato niente nella vita ed ha
puntualmente condotto la sua crociata di correre dietro a più di una sottana
contemporaneamente, si tratti di cameriera, vedovella o stagionata vergine.
Alla coinvolta e divertita platea di signori e signore di Borgo Venezia, anche
loro"oltre-anta", è dunque un Titta nudo e crudo, insaziabile e senza vergogna
che Paolo Giacomini è riuscito ad offrire, talmente vivo da effondere effluvi di
acqua di colonia dal fazzoletto pluripiegato nel taschino e brillantina resinosa
dai capelli scolpiti. "Che razza de omo, che omo de razza" è il caso di dire
insomma dell'attempato latin lover che, amato, detestato e allo stesso tempo
riabilitato dal pubblico, ha dipinto uno spaccato di vita vera tipico di ogni
buona borghesia che si rispetti, con i suoi chiaroscuri dolceamari.
Adoperandosi di mettere in scena quella "pienezza di buon umore" tanto ricercata
da Renato Simoni a proposito di "Arzentovivo", si può dire perciò che i compatti
artigiani della compagnia "El garanghelo" (veloci, sicuri e sincronizzati, oltre
che nel recitare, anche nel montare e smontare le scene dei tre atti a sipario
aperto) hanno fatto centro. Punto di forza, inutile negarlo, il pepato misto
lingua-dialetto che in bocca a Mirca Rossetto, Costantino Fabris, Marina
Marinetti, Enrico Molina, Donatella Tomasini, Fabrizio Fiori, Alberta Baldan,
Luciana Sartori e naturalmente a Paolo Giacomini, non s'è certo risparmiato
nelle sfumature.
Michela Pezzani
Da "Il giornale di Vicenza" del 22 agosto 1996:
Estate Show. Successo per
l'allestimento della compagnia "El garanghelo"
Rimpianto dei
sentimenti
"El refolo" di Amalia Rosselli, un testo intimista
Vicenza. Una commedia crepuscolare, dai toni sommessi e intimisti,
tutta incentrata sul tema del rimpianto, della nostalgia, del tempo perduto, cui
fa da contraltare l'impeto, l'irruenza, il coraggio di una giovinezza grintosa e
battagliera, disposta a rinunciare a molto pur di non rinnegare i propri
sentimenti, i propri ideali.
"El refolo", scritto da Amalia Rosselli (madre di Carlo e Nello Rosselli,
trucidati dai fascisti nel 1937) agli inizi del secolo, è un lavoro che mette
insieme divertimento e poesia, senza peraltro rinunciare a un contenuto in cui
il tema dell'emancipazione femminile viene portato avanti con molta grazia e
arguzia, ma anche con una decisione davvero sorprendente se si tiene presente il
periodo in cui è stata scritta.
Rappresentato l'altra sera nella suggestiva cornice del chiostro di Santa
Corona, "El refolo"- allestito dalla compagnia veneziana "El garanghelo"- ha
chiuso con successo la rassegna dedicata al "teatro di tradizione", organizzata
dalla Fita vicentina. [...] Il lavoro di Amalia Rosselli racconta la storia di
due anziani borghesi, Caterina e Momolo, che pur essendosi molto amati in
gioventù non si sono mai reciprocamente dichiarati per non contrariare un
bizzarro puntiglio del padre di lui. Conservatori e ligi all'obbedienza di
tradizioni e convenzioni che ritengono sacre, trascorrono la loro vita in
solitudine. Arrivano così ai settant'anni, frequentandosi con molta misura e in
amicizia, giocando la sera qualche partita a carte, parlando del più e del meno
sotto l'occhio vigile della serva Rosina.
Ma ecco che in questo mondo quieto e consolidato irrompe una notte Marinella,
giovane nipote di Caterina, fuggita di casa per non rinunciare all'amore della
sua vita. La ragazza, con accenti toccanti e appassionati, descrive ai due
vecchi innamorati tutta la forza e intensità del suo sentimento, al quale non è
certo disposta a rinunciare in ossequio alle convenzioni sociali o per timore
della pubblica riprovazione...
Invano Caterina e Momolo tentano di farle cambiare idea. Marinella porta con sé
e in sé lo spirito della donna nuova, emancipata, decisa a ragionare con la
propria testa, decisa a pagare e a lottare in nome di una libertà d'amore
sventolata come un vessillo.
E quando l'effervescente Marinella riesce alla fine a strappare alla madre il
sospirato consenso, per i due vecchi amici arriva il momento della verità.
Marinella ha scompaginato in poche ore le radicate convinzioni della loro
sofferta esistenza, così come avrebbe potuto fare un colpo di vento che
improvvisamente avesse spalancato una finestra socchiusa soffiando in giro
montagne di polvere.
Ora la polvere è caduta. Ogni copertura non è più possibile. Momolo e Caterina
capiscono di aver perduto molto (e qui il testo della Rosselli distilla momenti
di toccante lirismo) ma concludono anche che quel che è stato è stato. Non hanno
vissuto il loro grande amore. E ormai è tardi per recuperare il tempo perduto.
Rimane l'amicizia e un mondo color seppia carico di ricordi struggenti.
La regia di Paolo Giacomini è equilibrata quanto si conviene a un testo che ha
nella misura e nella distanza il suo pregio maggiore. Degne di notale prove di
Donatella Tomasini, nei panni di una Caterina spossata, elegante, incipriata di
malinconia, e dello stesso Paolo Giacomini, capace d'infondere al suo Momolo
accenti di ruvida e accattivante verità.
Gradevole anche l'interpretazione di Luciana Sartori, nel ruolo di Rosa,
serva-padrona di gran temperamento [...] Uno spettacolo limpido, lineare, che al
pregio di una riscoperta intelligente, abbina un ritmo fresco e incalzante.
Maurizia Veladiano